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MARTIN PESCATORE

Notiziario trimestrale dell'Ente Parchi del Lago Maggiore
Numero 23 (luglio - settembre 2000)


Gli Alberi del Parco
LA FARNIA

Carta d'identità
Nome scientifico: Quercus robur L.
Famiglia: Fagaceae
Etimologia: Quercus deriva dal celtico "Kaer quer" che significa bell'albero
robur è un termine latino che si traduce in duro, resistente, robusto e mette in evidenza alcuni caratteri essenziali di questa quercia: il forte vigore e la solidità del suo legno
Nome dialettale: Roula nel Parco dei Lagoni e nella Riserva di Dormelletto
Rugul o Rual nella Riserva di Fondotoce
Altezza: arriva fino a 35-40 m
Portamento: espanso o slanciato
Corteccia: liscia e chiara da giovane poi diviene fessurata, rugosa e di colore bruno
Radici: fittonanti da giovani poi divengono fascicolate
Foglie: decidue, con picciolo ridotto o assente, spiralate, con lamina a forma di aquilone e margine lobato
Fiori: unisessuali, presenti sulla stessa pianta che compaiono tra aprile e maggio; i fiori maschili sono portati in amenti penduli, i fiori femminili formano piccole spighe
Frutti: ghiande (acheni) avvolte solo in parte da una cupola di squame appressate e portate su un lungo peduncolo
Longevità: specie molto longeva che annovera esemplari con età di circa 1000 anni

Distribuzione ed ecologia

Sovente la farnia è chiamata semplicemente "quercia" oppure "rovere", termine che in realtà corrisponde all'affine Quercus petraea, quercia propria dei boschi montani.

La farnia è invece un albero tipico delle pianure, che dal livello del mare giunge sino ad 800 m di quota ed inoltre ha foglie e ghiande con alcuni caratteri opposti a quelli della rovere. La farnia predilige le aree a clima temperato, le condizioni di piena luce ed i suoli ricchi di nutrienti, poco acidi o neutri, ben dotati d'acqua ed è in grado di sopportare periodiche sommersioni.

E' ancora ben presente nel Parco dei Lagoni mentre è rara nelle Riserve di Fondotoce e di Dormelletto. In quest'ultima crescono alcuni splendidi esemplari di carattere monumentale.

Ha un vasto areale che dalla Spagna si estende sino agli Urali ed al Caucaso e dalla Scandinavia giunge in Italia Meridionale. In passato quest'albero era la specie dominante della grande foresta di latifoglie della pianura padana: il cosiddetto querco-carpineto, in cui l'altra essenza arborea caratteristica era il carpino bianco (Carpinus betulus).

Nel corso dei secoli questo bosco è stato eliminato per far posto a coltivi ed insediamenti vari. Di esso oggi sopravvivono solo dei lembi più o meno integri che in gran parte sono tutelati all'interno di aree protette come il Parco dei Lagoni.

I querceti del parco sono pertanto boschi stabili di elevato pregio naturalistico ed ambientale.
In essi oltre alla farnia troviamo altre specie arboree come la betulla (Betula pendula), il castagno (Castanea sativa), il frassino (Fraxinus excelsior) e con varia frequenza compare purtroppo l'esotica robinia (Robinia pseudoacacia). Il carpino bianco è rarissimo. Tra le specie più diffuse nel sottobosco troviamo il nocciolo (Corylus avellana), la frangola (Frangula alnus), la molinia (Molinia arundinacea) e la felce aquilina (Pteridium aquilinum).


Storie e leggende

Quadro rappresentante una quercia di Diego Pedroli

Il mondo di storie e leggende che gravita intorno alla quercia (intesa come farnia e rovere) è ricchissimo! Nell'antichità presso numerosi popoli era "l'albero" per eccellenza, quello più sacro di tutti, il simbolo della divinità suprema. Questa particolare venerazione era strettamente legata alla sua imponenza, la sua longevità ed ai diversi doni che offriva ad uomini ed animali.

La quercia appartiene al gruppo degli "alberi cosmici", venerati come creature sacre e oracolari ove si realizzava l'incontro tra l'uomo e Dio e che con il loro corpo fatto di radici, tronco e chioma costituivano un'efficace allegoria dei tre mondi comuni a molte religioni: degli inferi, dei viventi e della divinità. Non a caso il più antico oracolo greco che si trovava a Dodona, nell'Epiro, era la quercia sacra a Zeus.

Ancora nella mitologia greca le querce ospitavano due specie di ninfe, le anime degli alberi: le driadi, che potevano abbandonare l'albero, e le amadriadi che invece erano legate alla pianta sino alla sua morte.

Presso i Romani la quercia era il simbolo della sovranità. Per questo motivo sulle insegne dei re di Roma figurava una piccola corona di foglie dell'albero con cui venivano anche fatte le corone civiche, emblemi di merito che venivano conferiti ai cittadini valorosi. Germani e Celti consideravano la quercia "la rappresentazione visibile della divinità". I Druidi, sacerdoti dei Celti, celebravano i loro riti nei boschi e attribuivano alla quercia poteri magici.

Anche nella Bibbia compaiono querce sacre collegate a Dio, però non si tratta di farnie e roveri. Le più famose sono le querce di Mamre alla cui ombra Dio apparve ad Abramo. Gli evangelizzatori cristiani dell'Europa centrale e settentrionale trovarono grande resistenza nel desacralizzare le querce, al punto che in diversi casi, rischiando anche la loro vita, giunsero ad abbattere gli alberi oggetto di culto.
In seguito anche nell'ambito del Cristianesimo la quercia assunse simbolismi positivi. Tra le varie testimonianze in merito troviamo il santuario rinascimentale della Madonna della Quercia, vicino a Viterbo.

Ancora oggi nell'Europa centrale sopravvivono maestose querce. Un esempio emblematico lo fornisce J. Brosse (1987) che cita come una delle più grandi querce viventi la "Major Oak", un esemplare presente in Inghilterra nella foresta di Sherwood, il cui tronco alla base ha un circonferenza di quasi 20 m!


Usi passati ed attuali

Anche nel nostro passato mondo contadino la farnia godeva di un certo riguardo.
Le "roveri" fornivano pregiato legname da opera che localmente era impiegato per produrre travi per i tetti, tavole per soffittature, serramenti, porte e portoni, alberi dei mulini, componenti di carri agricoli, ballatoi, mobili ed i cosiddetti calastàr, ossia delle particolari travi che venivano poste sui pavimenti delle cantine per sostenere le botti. Quest'ultime a volte erano fatte con "rovere di slavonia": legno di farnia di provenienza non locale o addirittura estera.

Le parti dell'albero non utilizzabili come materiale da opera fornivano un'ottima legna da ardere. Il frutto (la ghianda) veniva talvolta raccolto per ingrassare i maiali e di rado anche i conigli e le oche.
Diverse persone ricordano che durante l'ultima guerra le ghiande opportunamente tostate venivano utilizzate per produrre una sorta di caffè!

Il querceto dei Lagoni ospitava un sottobosco da cui si ricavavano diversi prodotti. Ogni anno in autunno venivano rastrellate le foglie, utilizzate come strame nelle stalle ed inoltre si raccoglievano numerosi funghi mangerecci quali i porcini (i bianc) ed i boleti a pori rossi (i ferée), oggi sempre più rari.

Nelle zone di bosco rado crescevano coperture di brugo (Calluna vulgaris), noto a molti come bruug, che di solito ogni tre anni venivano tagliate a raso con il ranzi'n per ottenere altro strame (stràm).

Tutt'oggi la farnia fornisce un pregiato legname da opera e da ardere. I suoi boschi sono piuttosto luminosi ed ospitano diverse forme di vita: dalle colonie di licheni che si insediano sui tronchi e sui rami più alti degli alberi a svariate specie di insetti, uccelli e mammiferi tra cui in questi ultimi anni è ricomparso il capriolo (Capreolus capreolus).

Edoardo Villa

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