Notiziario trimestrale dell'Ente Parchi del Lago Maggiore
Numero 24 (ottobre - dicembre 2000)
| Nome scientifico: | Robina Pseudoacacia L. |
|---|---|
| Famiglia: | Leguminosae |
| Etimologia: | Robinia sta a ricordare Jean Robin, giardiniere del Re di Francia Enrico IV, che nel 1601 introdusse ufficialmente questa pianta nell'elenco delle specie esotiche da lui coltivate; pseudoacacia significa "falsa acacia" poiché appunto la robinia non è un'acacia, come ancora oggi qualcuno crede. |
| Nome dialettale: | Ru:bina in tutte le aree protette gestite dall'Ente, nella Riserva di Fondotoce anche Ru:bi'n |
| Altezza: | arriva fino a 25-30 m |
| Portamento: | espanso o slanciato |
| Corteccia: | rugosa e di colore grigio-bruno, invecchiando diviene spessa e fessurata |
| Radici: | superficiali |
| Foglie: | caduche, imparipennate, ossia composte da 4 - 10 paia di foglioline ovali e da una fogliolina apicale, di colore verde chiaro e più pallide sulla pagina inferiore |
| Fiori: | ermafroditi, profumati, con corone bianche, raccolti in grappoli penduli che compaiono tra maggio e giugno |
| Frutti: | legumi appiattiti e coriacei, di colore rosso-bruno, che persistono sull'albero sino ad inverno inoltrato e contengono semi duri, nerastri |
| Longevità: | specie a rapida crescita, di solito poco longeva che può però raggiungere e superare i 200 anni di età |
Tra gli alberi più diffusi nelle pianure e sulle colline della nostra regione compare la robinia, non a caso ben presente anche in tutte le aree protette gestite dall'Ente. Com'e' noto questa pianta e' originaria degli Stati Uniti orientali ed e' stata importata in Europa nel '600 da Robin a scopo ornamentale.
A partire dalla seconda metà del '700 venne introdotta in Piemonte dai Savoia soprattutto per rimboschire pendii dissestati. Nel corso dell'800 e del '900 ebbe un crescente impiego nel nostro Paese per consolidare le massicciate stradali e ferroviarie che si andavano realizzando e per ottenere legna da ardere.
Si e' poi in seguito diffusa spontaneamente nei terreni non più coltivati, nei boschi sottoposti ad intensi tagli, danneggiati da incendi o da particolari malattie. Il successo della robinia e' dovuto alla sua adattabilità, alla rapida crescita ed alla sua sorprendente capacità di propagarsi tramite polloni radicali (ossia nuovi soggetti che si originano dalle radici più superficiali dell'albero).
Oggi questa specie e' particolarmente diffusa in Piemonte, Lombardia e nel nordovest della Toscana. Cresce dal livello del mare sino ad 800-900 m di quota. E' una specie rustica, in grado di adattarsi a svariati tipi di terreni ma mai sopporta quelli calcarei, argiliosi e con ristagni d'acqua. Predilige invece i suoli piuttosto sabbiosi, ben dotati d'acqua ed acidi. Per accrescersi esige piena luce e molto calore nel periodo estivo. Forma boschi puri o misti con varie specie quali il castagno (Castanea sativa) e la farnia (Quercus robur).
Il sottobosco del robinieto ospita differenti erbe e cespugli a seconda della sua origine. Se il bosco si e' affermato recentemente al posto di un coltivo abbandonato e' facile trovare i rovi (Rubus sp.) ed il sambuco comune (Sambucus nigra). Dove il robinieto ha sostituito un altro bosco di latifoglie, il suo sottobosco ospita specie proprie della vegetazione preesistente.
Il robinieto si mantiene stabilmente se viene periodicamente ceduato, altrimenti mostra di poter evolvere seppur lentamente, verso il bosco di latifoglie originario.

Attorno alla robinia non sono sorte leggende o miti poiché l'albero e' stato introdotto in Europa in epoca recente. Nel Jardin des Piantes di Parigi e' ancora viva una delle prime robinie coltivate da Robin! E' adeguatamente puntellata data la sua rispettabile età (J. Brosse, 1987).
Come già ricordato, inizialmente questa pianta fu diffusa a scopo ornamentale. Quest'uso con il tempo ha perso importanza anche se ancora oggi la robinia orna alberate pubbliche e private ed annovera diverse varietà come la 'Bessoniana' e la "Monophilla". Pare fosse l'albero preferito di Alessandro Manzoni.
Certo e' che la robinia accende gli animi di chi per passione o per lavoro si interessa degli alberi. Alcuni la detestano per vari motivi: e' ricca di spine legnose che sono tutto tranne che simpatiche, emette tardi le foglie e le perde ben presto, per cui "intristisce" il paesaggio e soprattutto e' una invadente specie esotica che diffonendosi altera la vegetazione naturale.
Altri al contrario ne esaltano diversi aspetti positivi: e' bella durante la fioritura, ha contribuito a proteggere dall'erosione numerosi pendii, arricchisce i suoli grazie alla fissazione dell'azoto dell'aria tramite particolari batteri che ospita nelle sue radici, fornisce ottima legna da ardere, cresce rapidamente e dai suoi fiori si ottiene un miele apprezzato.
A parer mio va innanzitutto considerato che e' un albero, con tutte le valenze positive in esso ritrovabili. E' comunque altrettanto certo che con la sua notevole invadenza pone seri problemi al mantenimento ed alla perpetuazione dei boschi di pianura e di collina naturali, rimasti più o meno integri sino ad oggi. L'atteggiamento più equilibrato credo si possa trovare nel "distinguere le situazioni". Ad esempio nei boschi più integri occorre contrastare la sua diffusione mentre lungo le ripe ferroviarie o in alcuni terreni non più coltivati e' opportuno il suo mantenimento.
L'uso più frequente di questa pianta prevedeva il suo taglio periodico (ceduazione) per ottenere ottima legna da ardere. La ceduazione era fatta in inverno, di solito ogni 4-6 anni, ma a seconda delle esigenze era ritardata anche a 10-15 anni; talvolta alcuni alberi erano lasciati crescere sino a 30-40 anni per ottenere legno da opera.
Anche le ramaglie, raccolte in fascine, erano un apprezzato combustibile, ricercato dai forni dei panifici locali. Chi non aveva legname di castagno ricorreva alla robinia per produrre paleria da utilizzare nei vigneti, negli orti e per realizzare staccionate. I più meticolosi conservavano in acqua i pali dopo il loro taglio invernale, sino alla fine dell'estate. In questo modo si scortecciavano facilmente e risultavano più resistenti.
Il legno di "rúbina', duro e resistente, si prestava per fabbricare manici di scuri, picconi e martelli, denti di rastrelli e di ingranaggi dei mulini, diversi componenti di barche e di carri agricoli, puntoni utiiizzati nelle gallerie, sedie, mangiatoie e raramente serramenti e cassapanche.
Qualcuno usava le foglie dell'albero come foraggio per capre e conigli. Dai fiori, ricchi di nettare prediletto dalle api, derivava il "miele di acacia". Ai giorni nostri il legno di robinia e' impiegato principalmente come combustibile, a volte per paleria, ma potrebbe essere utilizzato anche come pregiato materiale da opera. A livello nazionale la robinia e' tra i più importanti alberi per la produzione del miele e con i suoi fiori talvolta si preparano frittelle dolci.
Nelle nostre zone in questi ultimi anni la robinia patisce l'attacco di alcuni parassiti fungini tra cui primeggia l'Armiliaria mellea meglio noto ai "fungaioli" come chiodino o famigliola buona.
Edoardo Villa
Prossimo articolo
Indice di questo numero
Indice per autori
Altri numeri del notiziario on line
Home - Didattica - Manifestazioni - Visitatori - Piano d'area - Natura - Boschi - Archeologia - Fondotoce - Dormelletto - Mappa |