Notiziario trimestrale dell'Ente Parchi del Lago Maggiore
Numero 42 (luglio - settembre 2005)
Pipistrelli e gestione forestale
Dai nostri esperti di Chirotteri, un nuovo contributo alla conoscenza
di corrette strategie di conservazione
Gli ambienti forestali presentano tre tipi di funzioni per i nostri pipistrelli:
costituiscono siti di rifugio, aree che “producono” prede ed elementi
di riferimento, nel paesaggio, seguiti dagli esemplari durante i loro spostamenti.
La funzione di rifugio dipende dalla presenza di alberi adatti ad accogliere
pipistrelli in riposo diurno, durante il periodo di letargo invernale e nelle
diverse fasi del ciclo riproduttivo: l’accoppiamento (prevalentemente
autunnale), il parto e l’allevamento della prole (in estate).
Gli alberi idonei sono quelli che hanno cavità o altri anfratti: nidi
di picchio abbandonati, gallerie scavate nel legno dalle larve degli insetti
xilofagi di taglia maggiore, spazi dietro lembi di corteccia sollevati, fenditure
dovute a lesioni a carico dei rami o dei fusti e alla successiva azione di agenti
decompositori (funghi) e/o dei tessuti cicatriziali della pianta.
Parte di questi rifugi risultano associati a esemplari arborei vivi, ma una
parte consistente è associata a piante deperienti o addirittura morte,
com’è spesso il caso degli alberi che presentano cortecce sollevate.
Le specie di chirotteri che frequentano i rifugi arborei sono numerose. Per
alcune gli alberi rappresentano rifugi obbligati, il cui ruolo, lungo l’intero
corso dell’anno o per parte di esso, non può essere svolto, o viene
svolto solo marginalmente, da altri tipi di rifugi, quali le grotte o gli edifici.
Fra questi chirotteri più strettamente arboricoli vi sono la nottola
comune, la nottola di Leisler, il pipistrello di Nathusius, il vespertilio di
Bechstein e il barbastello.
La tutela degli alberi-rifugio ha per tali specie importanza vitale ed è
necessario che il loro numero nell’ambiente sia sufficiente. Per varie
possibili ragioni (funzione antipredatoria, esigenze microclimatiche, competizione
con altri animali che usano le cavitl arboree, ecc.), i pipistrelli arboricoli
cambiano frequentemente il loro rifugio. In estate possono farlo anche giornalmente,
ma periodicamente tornano a utilizzare ciascun albero-rifugio. Una colonia riproduttiva
di 20 esemplari di vespertilio di Bechstein, ad esempio, necessita di circa
50 rifugi diversi.
In molte aree forestali la disponibilità di alberi idonei al rifugio
dei pipistrelli risulta insufficiente, a causa della loro sistematica rimozione
nell’ambito degli interventi selvicolturali.
Passando a considerare il ruolo alimentare degli ambienti forestali, va innanzitutto
evidenziato come, fra i nostri ecosistemi, essi rappresentino quelli che producono
la maggior quantità e diversità di invertebrati. Alcune specie
di chirotteri utilizzano tale disponibilitl alimentare cacciando direttamente
in bosco: il vespertilio di Bechstein, il vespertilio di Natterer e l’orecchione
comune raccolgono ragni e farfalle posate sulla vegetazione; il barbastello
e il pipistrello di Nathusius catturano piccole falene e ditteri volando negli
spazi aerei liberi fra gli strati vegetazionali; il vespertilio maggiore esplora
le aree con sottobosco scarso, cercando carabi presso il suolo. Altri chirotteri
sfruttano le prede prodotte dalla foresta cacciando, come la nottola di Leisler,
negli spazi aerei liberi sopra la volta arborea o, come il rinolofo maggiore,
lungo i margini forestali e le radure.
Generalizzando si può affermare che, assieme alle zone umide, gli ambienti
forestali rappresentano gli ecosistemi più importanti per l’alimentazione
dei nostri chirotteri e tale ruolo risulta tanto più rilevante quanto
maggiore é il livello di naturalità che essi denotano.
Oltre alla composizione floristica, il livello di naturalità/artificializzazione
di un ambiente forestale si può valutare dalla struttura della vegetazione
(negli stadi maturi naturali lo sviluppo verticale e orizzontale degli strati
vegetazionali è assai complesso) e, soprattutto, dalla presenza di materiale
legnoso in decomposizione al suolo.
Quello che chiamiamo bosco “sporco”, cioè un ambiente forestale
in cui sottobosco, alberi e rami caduti, da tempo non sono oggetto di asportazione
da parte dell’uomo, è il principale substrato della biodiversità
forestale, la culla della massima varietà di forme viventi che i nostri
climi temperati possono esprimere. Delle 900 specie di insetti che possono vivere
su una farnia, il 70% è rappresentato da coleotteri associati al legno
in decomposizione. Ricerche effettuate nelle fredde foreste svedesi (biologicamente
più povere rispetto alle foreste di clima mite) hanno rivelato come sul
legno “morto” vivano 1500 specie di macrofunghi, 200 di licheni
e 70 di muschi.
La maggior parte di queste e delle numerosissime altre specie dipendenti dalla
necromassa legnosa sono oggi minacciate d’estinzione, con conseguenze
negative su tutto l’ecosistema forestale, compresi i pipistrelli, per
i quali ciò significa impoverimento quantitativo e qualitato della propria
base alimentare.
Veniamo, infine, al ruolo degli ambienti forestali per gli spostamenti dei chirotteri.
Come moltissimi altri animali, i pipistrelli non amano attraversare gli spazi
aperti. Alcune specie, come il rinolofo maggiore, lo evitano completamente,
ma anche quelle si spostano abitualmente all’aperto, come il miniottero,
se ne hanno l’opportunità preferiscono volare costeggiando gli
ambienti forestali o eventualmente quegli elementi del paesaggio simili per
struttura ai margini forestali, come le siepi alte e i filari arborei.
Va sottolineato soprattutto il significato dei boschi che costeggiano i fiumi,
ultimi relitti delle foreste planiziali europee, per le specie che effettuano
migrazioni a lungo raggio, come la nottola comune e il pipistrello di Nathusius,
che stagionalmente possono coprire distanze superiori ai 1500-2000 km.
La conservazione dei chirotteri non può prescindere dalla conservazione
degli ambienti forestali.
Per secoli l’uomo ha tagliato le foreste e, nelle aree in cui la copertura
forestale è stata mantenuta, ha capillarmente asportato la biomassa legnosa
al suolo, riducendo ai minimi termini la biodiversità associata.
Nell’economia di sussistenza del passato tali azioni avevano un significato,
ma oggi, nel nostro Paese, non è più così. Dalla fine della
seconda guerra mondiale, sulla gran parte del territorio italiano, lo sfruttamento
forestale è divenuto attività antieconomica e ciò ha consentito
un parziale recupero di naturalità.
Ma oggi, incredibilmente e vergognosamente, rischiamo di assistere a un’inversione
di tendenza. Azioni ecologicamente deleterie - presentate con l’etichetta
di “pulizia del bosco”, “miglioramento boschivo”, “produzione
di cippato ecologico”- vengono sostenute da contributi pubblici e spacciate
per attività redditizie e addirittura prive di impatto ambientale.
Il livello di benessere, la tecnologia e il tipo di impostazione economica della
nostra società, ci consentirebbero di lasciar finalmente respirare i
nostri ecosistemi forestali, tutelando quei valori dell’ambiente che oggi
contano ben più della legna da ardere: la biodiversità, l’equilibrio
ecologico, la prevenzione del dissesto idrogeologico, la lotta contro il riscaldamento
globale (le foreste fissano anidride carbonica), la funzione culturale e ricreativa.
L’Italia, in base ai principi di salvaguardia della biodiversità
forestale sottoscritti a Helsinki nel 1994, ha delegato alle Regioni le norme
che favoriscono il rilascio in bosco di alberi da destinare all’invecchiamento
a tempo indefinito, per la conservazione delle specie dipendenti dalle necromasse
legnose (D. l.vo 227/2001). Il Piemonte è in ritardo nel recepimento
di tali disposizioni ed è importante che i parchi assumano un ruolo di
stimolo e di esempio, in particolare le aree protette di pianura, che tutelano
gli ultimi lembi delle nostre foreste planiziali.
Fra di esse anche il Parco dei Lagoni, ove, al fine della conservazione dei
chirotteri ma non solo, ci auguriamo che la gestione forestale venga sempre
più orientata a salvaguardare gli alberi deperienti, quelli morti e quelli
che hanno superato il nubifragio del 2003 riportando ferite che il tempo sta
trasformando in ottimi rifugi per i pipistrelli, a mantenere parcelle con abbondante
necromassa al suolo e a promuovere l’utilizzo del denaro pubblico per
ripagare i proprietari dei fondi della mancata rimozione del legno. Contribuendo
a diffondere un nuovo modo di percepire l’ambiente forestale, a beneficio
delle generazioni presenti e future...
Elena Patriarca e Paolo Debernardi