Notiziario trimestrale dell'Ente Parchi del Lago Maggiore
Numero 42 (luglio - settembre 2005)
Un "fiore" antizanzara
Intervista a Margherita Calderara, biologa, incaricata dal Comune
di Verbania della responsabilità
tecnico-scientifica del progetto di lotta biologica integrata sulla sponda occidentale
del Lago Maggiore
Che cosa significa “lotta biologica” e in che cosa consiste il
progetto?
Il progetto è iniziato nel 2003, finanziato da una legge regionale -
la 75 del 24/10/1995 - che prevedeva la partecipazione di undici Comuni della
sponda piemontese del Lago Maggiore.
Alla fine del 2003 alcuni di questi Comuni sono stati esclusi dal finanziamento,
ma parte degli stessi ha deciso di continuare a partecipare, autofinanziandosi.
Attualmente sono sette i Comuni che sostengono il progetto: Verbania, come capofila,
Baveno, Dormelletto e Meina, finanziati dalla Regione, Ghiffa, Stresa e Castelletto
Ticino, autofinanziati.
La lotta biologica e integrata consiste nell’utilizzo sia di prodotti
biologici con basso impatto ambientale che di prodotti chimici, larvicidi e
adulticidi.
Per quanto riguarda i nostri Comuni, viene utilizzato solo un prodotto biologico,
il BTI (bacillus thuringensis israeliensis), un microrganismo che si trova naturalmente
nel terreno e produce una tossina altamente selettiva, in grado di uccidere
le larve di zanzara.
Il vantaggio della lotta larvicida sta nel fatto che il trattamento colpisce
la causa scatenante della presenza delle zanzare: uccidendo solo gli adulti,
infatti, si potrebbe agire solo in aree limitate e si eliminerebbe un certo
numero di zanzare, lasciando che altre si riproducano. Agire sulle larve diminuisce
invece effettivamente il numero di zanzare.
Bisogna comunque considerare che eliminare le zanzare completamente, da una
parte - dal punto di vista della biodiversità - sarebbe una follia, perché
inciderebbe in modo disastroso sulla catena alimentare, dall’altra è
materialmente impossibile, dato che le zanzare si trovano dovunque: bisognerebbe
bombardare tutto il pianeta con prodotti sia biologici che chimici e questo
non può avvenire.
A questo punto, l’obiettivo che ci si pone è quello di ridurre
la popolazione attraverso i trattamenti con BTI, che avvengono a scadenza quindicinale
durante tutto il periodo compreso tra primavera ed estate, dopo aver monitorato
i principali focolai di sviluppo delle larve.
Inoltre si catturano zanzare adulte attraverso trappole ad anidride carbonica
e se ne identificano le diverse specie.
In Italia ne sono presenti circa settanta, ognuna con particolari comportamenti
e abitudini: alcune non pungono gli esseri umani, altre sì; alcune agiscono
solo di notte, altre anche di giorno; alcune non entrano nelle case, altre si
trovano solo nelle case.
In questi anni si è verificato un problema: non tutti i Comuni sul territorio
aderiscono al progetto, oppure hanno iniziato ma poi lo hanno abbandonato. Il
territorio non è omogeneo: troviamo aree che presumibilmente sono produttrici
di zanzare, ma che non vengono monitorate.
I trattamenti applicati assicurano una mortalità dell’80-100% delle
larve, ma le zanzare comunque migrano da un posto all’altro con facilità,
cercando luoghi dove è più facile trovare cibo: quelli affollati
e illuminati, per esempio, sono particolarmente frequentati anche dalle zanzare.
La presenza delle zanzare è legata all’acqua, necessaria per la
loro riproduzione. Il canneto, in particolare, costituisce un luogo favorevole
per la riproduzione delle zanzare?
Cominciamo con l’evidenziare un dato che può servire ad inquadrare
più correttamente il problema: il primo monitoraggio dei focolai larvali
da noi compiuto nel 2003 ha rivelato che nell’acqua del canneto erano
presenti mediamente 11 larve/litro, contro il migliaio di larve/litro dei bidoni
“degli orti”.
A conferma del fatto che non è il canneto il produttore elettivo di zanzare,
nel 2004 non si sono resi necessari trattamenti antilarvali nell’area
di canneto vera e propria, semplicemente perché non vi si sono rinvenute
larve. E’ stata invece trattata una lanca presso il camping Isolino a
Fondotoce, dove comunque la concentrazione di larve risultava molto bassa.
Si è sospettato che il canneto fosse il luogo di riproduzione di una
zanzara particolarmente fastidiosa (Ochlerotatus caspius) che si è diffusa
nel nostro territorio. In realtà occorre sfatare questa credenza: la
zanzara di cui si parla, infatti, depone le uova in luoghi come le risaie, che
si trovano a volte inondati, a volte asciutti; inoltre la bassa temperatura
dell’acqua e l’ombreggiatura data dalle canne non forniscono le
condizioni ideali per la riproduzione di questo tipo di zanzara.
Si è scoperto che questa specie è in grado di percorrere distanze
dell’ordine delle decine di chilometri: si presume quindi che provenga
proprio dalle risaie.
Le zone umide e quelle a canneto in particolare assicurano invece un’altissima
biodiversità, quindi la presenza di molte specie che sono nemici naturali
delle zanzare (pesci, girini, larve di libellula e libellule, uccelli insettivori,
ecc,).
Maggiore è la biodiversità, più alte sono le possibilità
che la situazione si stabilizzi e il numero delle zanzare risulti molto ridotto
(le zanzare non si riproducono dove la situazione dal punto di vista evolutivo
non è conveniente).
Comunque, ricorrendo a metodi di lotta a basso impatto ambientale si può
intervenire anche in tali aree con ottimi risultati: si tratta, ovvamente di
utilizzare metodi che non arrechino danni nè momentanei nè permanenti
all’ecosistema. Ambienti come le zone umide sono ecosistemi estremamente
delicati, che rischiano facilmente di essere danneggiati.
E se l’ambiente del canneto non ci fosse?
Nel nord Europa, dove il problema è molto più grande rispetto
al nostro, le zone umide sono assolutamente preservate, dato che il mantenimento
della biodiversità è fondamentale per il buon funzionamento dell’ecosistema.
Nel momento in cui si creano degli squilibri all’interno di un ecosistema,
è un dato di fatto che sono le specie da noi ritenute più fastidiose
a dilagare. Occorre conservare il più possibile il maggior numero di
specie presenti in un ambiente.
Quindi, posto che anche senza canneto le zanzare non sparirebbero, l’unica
cosa certa è che sarebbe una perdita ambientale con ripercussioni su
vasta scala: basti pensare al fatto che questo è un luogo di passaggio
fondamentale per gli uccelli migratori dall’Europa all’Africa.
Molti anni fa il l’Ente Parchi Lago Maggiore sostenne l’avvio di
una lotta biologica alle zanzare, ma quella proposta non ebbe seguito. Adesso
molti Comuni aderiscono a questa iniziativa. Come mai?
Dal 1995 la Regione Piemonte si è interessata alla lotta biologica, approvando
una legge per il finanziamento di quest’ultima.
Questi progetti hanno cominciato a diffondersi molto prima nei Comuni risicoli,
tra Novara e Vercelli, dove, tra l’altro, cambiamenti dei metodi di coltivazione
del riso hanno fatto sì che alcune zanzare dalle risaie si diffondessero
fino a qui.
Nel 2003 alcuni Comuni della sponda piemontese del Lago Maggiore, visti i finanziamenti,
hanno trovato l’accordo necessario per intervenire.
Come reagisce la gente di fronte a questo progetto?
Generalmente abbiamo ricevuto risposte molto positive. Molte persone ci chiedono
del nostro lavoro, sono interessate. Le difficoltà che ogni tanto incontriamo
consistono più che altro nel fatto che alcuni pretendono che facciamo
sparire le zanzare quando essi stessi sono i primi a tenere comportamenti che
ne favoriscono la riproduzione: acqua stagnante nei bidoni o nei sottovasi in
giardino, eccetera.
Occorre continuare ad informare correttamente, ma se non cambiano alcuni comportamenti
individuali chiaramente non si può fare molto.
Margherita Grisoli