Notiziario trimestrale dell'Ente Parchi del Lago Maggiore
Numero 43 (ottobre - dicembre 2005)
Foresta amazzonica: I care!
Inauguriamo con questo articolo una nuova rubrica: “Piccolo parco
di un grande mondo”. Proporrà temi di “grande respiro”,
magari in apparenza lontani, nella convinzione che non siano comunque estranei
al “piccolo respiro” che abbiamo qui. Piccoli o grandi, gli affanni
di questa nostra Terra appartengono in fondo a un respiro solo...
Che ne sappiamo della foresta amazzonica, “ultimo grande polmone della
terra”, per dirla con Greenpeace?
Il fatto che sia spesso agli onori della cronaca ci induce a capirci qualcosa
di più, ad occuparcene?
Certo, come ultimo polmone della terra dovrebbe servirci, dato che l’aria
anche dalle nostre parti diventa sempre meno respirabile.
Ma siamo proprio sicuri che l’Amazzonia sia per noi una sorta di bombola
di ossigeno cui attaccarci prima o poi?
Ma quanto sarà grande questa Amazzonia?
Proprio da quest’ultima domanda sono partito, dopo aver letto, su una
rivista seria ed autorevole, una stimolante intervista all’attuale ministro
dell’ambiente del Brasile, la signora Maria Osmarina Silva, mia coetanea,
figlia di siringueiros (i raccoglitori di caucciù), analfabeta fino a
17 anni, poi laureatasi in storia, insegnante, moglie e madre di due figli e
da circa quindici anni uno dei personaggi politici più popolari ed incisivi
del Brasile.
Comincio da qui, dicevo, dal desiderio di percepire esattamente l’entità
di un tale patrimonio, che appartenga o meno all’Umanità intera,
piuttosto che ai quei “quattro” indios che vi si nascondono, opponendosi
storicamente al preteso progresso e sviluppo della nazione brasiliana, inevitabilmente
legato alla massiccia deforestazione dell’Amazzonia.
E comincio col rendermi conto che l’Amazzonia copre una superficie di
5.000.000 di kmq., secondo un’”enciclopedia libera” consultabile
in Internet, ma il sito di Greenpeace, fonte indubbiamente autorevole e seria
in materia, parla di 600.000.000 di Kmq. (“più di tutta l’Europa
Occidentale”, vi si scrive), specificando che la parte brasiliana della
foresta amazzonica è pari a circa 370.000.000 di ettari e di questi quasi
55.000.000 (“più o meno la superficie della Francia”) sono
stati distrutti negli anni ’70 ed ’80. Dopo aver verificato, sempre
tramite Internet, l’opinione di “Conservation International”
(l’Amazzonia è un bacino di 2,5 milioni di miglia quadrate), verifico
che nell’intervista il ministro brasiliano dice che a tutt’oggi
“sono stati devastati 60.000 chilometri quadrati di foresta, circa il
15% dell’Amazzonia”.
Dunque, fatte le dovute correzioni a tutte le fonti (nella società della
comunicazione globale gli errori di informazione si sprecano, specialmente se
si tratta di numeri ed unità di misura) deduco che è ragionevole
ritenere vicina ai 6 milioni di chilometri quadrati l’estensione della
foresta amazzonica e ai 4 quella della parte brasiliana, mezzo milione di chilometri
quadrati più, mezzo milione di chilometri quadrati meno. Dopo le inevitabili
considerazioni sul fatto che tale “arrotondamento” corrisponde a
circa 50.000 volte la superficie delle aree protette del Lago Maggiore, cui
io ed i miei collaboratori dedichiamo il meglio delle nostre energie da più
di vent’anni, mi chiedo comunque se, stante una tale confusione su questioni
“oggettive” come le misure, sia possibile parlare a ragion veduta
di polmoni globali e riserve d’acqua di importanza planetaria. Ci si può
provare!
Intanto sgombrando il campo dall’illusione che in caso di difficoltà
respiratorie per mancanza di ossigeno atmosferico noi possiamo beneficiare di
quello della foresta amazzonica, dato che questa non ne fa una produzione “di
lusso” (oltretutto la quantità di ossigeno regalataci dagli oceani
è di gran lunga superiore a quella proveniente dalle piante terrestri).
E poi riflettendo sul fatto, forse più intuitivo, che non potremmo realisticamente
pensare di attingere alle riserve d’acqua dolce del bacino amazzonico,
per quanto vasto esso sia, dopo aver giocondamente ed irresponsabilmente compromesso,
come stiamo facendo, quelle esistenti a casa nostra.
Detto questo, non dovrebbe lasciarci indifferenti quel che la conoscenza della
natura ci va facendo apprezzare a proposito del bosco e delle sue “altre”
funzioni: regolazione climatica, mantenimento della stabilità e della
fertilità del suolo, “scrigno” di biodiversità (ognuno
può facilmente informarsi su quali e quanti tesori possa ospitare ancora
una foresta come quella amazzonica).
Per non dire della funzione un po’ sofisticatamente e sbrigativamente
definita “estetico-ricreativa”.
Forse è proprio pensando all’Amazzonia come al bosco del Parco
dei Lagoni che se ne comprende appieno il significato: quello di un eccezionale
modello di esaltazione della vita, luogo in cui apprendere le molte lezioni
che questa ha ancora da darci. Un enorme pezzo di terra dove pensare al cosiddetto
“equilibrio ecologico” ha ancora un senso.
Luogo sicuramente imperdibile per l’Umanità, ma non “nostro”,
nonostante l’inevitabile globalizzazione.
Di certo molto più appartenente agli “indios”, anche se quando
si parla di loro val forse la pena di considerare criticamente il ruolo di quelle
che ormai vengono considerate popolazioni locali, ma sono il frutto della progressiva
colonizzazione e distruzione della foresta (tra gli ultimi anni ‘60 e
il 2000, la popolazione dell’area amazzonica è cresciuta da due
a venti milioni, contemporaneamente ad una deforestazione passata dall’1%
al 14%, non considerando le aree deforestate inferiori ai sei ettari, che sfuggono
ai controlli satellitari - fonte: Greenpeace).
Il motivo per cui non posso fare a meno di preoccuparmi dell’Amazzonia
sta certamente nell’insopprimibile desiderio di contemplazione di ciò
che riteniamo irriproducibile, ma anche nella convinzione che la salvezza di
un tale patrimonio naturale valga a contrastare i modelli di sviluppo dominanti,
capaci di diffondere una miseria culturale che sta facendo sentire i suoi malefici
effetti sulla qualitl della vita di tutti.
Ed è per questo che accolgo con speranza le dichiarazioni del ministro
Silva: “Abbiamo fatto partire un programma di prevenzione e controllo
della deforestazione che ha prodotto qualche risultato pratico.
Fino al 2003 la distruzione cresceva al ritmo del 28% annuo.
In questi ultimi due anni l’aumento è sceso al 2%. Le azioni intraprese...:
multe, confisca delle attrezzature utilizzate per la distruzione... abbiamo
approvato un progetto che consiste nell’utilizzare le aree gil deforestate
per la coltivazione, senza avanzare ad oltranza...”. Buone notizie, sempre
che i numeri non siano della stessa qualità di quelli che i politici
di casa nostra ci propinano tutti i giorni attraverso i mass-media.