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MARTIN PESCATORE

Notiziario trimestrale dell'Ente Parchi del Lago Maggiore
Numero 48 (gennaio - marzo 2007)

Quella benedetta maledizione

La Riserva naturale di Palmarin, allinterno del Parco del Delta del Saloum, in Senegal, racconta una storia molto istruttiva...

 

Il delta del Saloum: 73.000 ettari dove si fondono la terra e le acque del Saloum e dell'Atlantico. Centinaia di "isole", un dedalo di bracci di mare, chiamati "bolong", e una sinfonia di colori: blu come il cielo e il mare, verde come le mangrovie e i baobab, giallo come la spiaggia e la savana.

Immaginatevi in una piroga riccamente decorata che scivola dolcemente su un'acqua calma e tiepida, intorno a voi pareti verdi di mangrovie, come grandi corridoi il cui soffitto è il cielo. State navigando in mezzo a un'immensa voliera naturale dove si tuffano, nuotano, camminano e volano migliaia di uccelli: pellicani, cicogne dal becco a sella, marabù, cormorani, garzette, aquile pescatrici, gabbianelle, fenicotteri rosa, aironi.

Ma fino qui, è tutto "normale" per un parco naturale senegalese: a Djoudj o alla Langue de Barbarie vi potreste trovare in situazioni molto simili.

Quello che fa del Delta del Saloum un posto un po' "speciale", rispetto agli altri già specialissimi luoghi del "nostro Senegal", è la sua storia, o meglio, quella di una piccola riserva ("solo" 10.000 ettari!) nata nel suo cuore: la Riserva naturale comunitaria di Palmarin.

Va subito detto che "comunitaria" significa che è gestita dalla locale "comunità rurale", una cosa che assomiglia alle nostre "comunità montane", solo che lì la montagna non c'è.

Il territorio occupato dalla Comunità rurale di Palmarin, alla foce del Saloum, fino al 1987 si trovava giusto alle spalle di una punta sull'oceano: la punta di Sangomar. Perchè solo fino al 1987? Dopo cos'è successo, si è spostata la comunità? No, si è spostata la punta! O meglio, è stata spostata. Da chi? Ma dall'oceano, naturalmente!

Bisogna capire che lungo la costa senegalese dell'Atlantico i fiumi, generalmente, non sono quello che vi immaginate quando pensate a un fiume qui da noi.
Dimenticate quello che avete imparato a scuola, quella storia del fiume che nasce in montagna, da mille rivoli, si raccoglie in torrente, poi arriva in pianura, rallenta, divaga, fino a tuffarsi nel mare, con un delta o un estuario, a seconda.

Qui non è così: certo il fiume nasce in montagna, anche se da molti meno che mille rivoli, e di riffa o di raffa in pianura ci arriva, ma qui deve fare i conti con il fatto che l'oceano Atlantico non è quella specie di grossa vasca da bagno che è il Mediterraneo da noi. E allora succede che, per bene che vi vada, già due-trecento chilometri prima di raggiungere l'oceano il fiume sia salmastro: è l'oceano che ha raggiunto lui! Le acque salate, spinte dalle maree, ne risalgono il corso e ne fanno una specie di "fiordo" lunghissimo. Succede così allo stesso fiume Sénégal e anche al nostro Saloum.

Ma può andare anche peggio: potreste anche scoprire che quel fiume largo e lungo che state risalendo in piroga, proveniendo dalla costa, non vi conduca affatto alle montagne, come vi aspettereste, ma se ne ritorni bellamente al mare qualche decina di chilometri più in là. Potete anche chiamarlo fiume, se volete, ma capite bene che è un'altra cosa.

Tutto questo per dire che in quelle terre lì è l'oceano che "comanda", non il fiume. E tanto meno la terra. E tanto meno luomo.

Ciononostante presso la punta di Sangomar c'era un villaggio. E da molto, molto tempo.
L'uomo vi si era insediato a partire dall'anno 1145 e il villaggio cha aveva fondato si chiamava Jahanor. I suoi abitanti vi hanno vissuto relativamente tranquilli per secoli e secoli. Pescavano, raccoglievano le conchiglie, tagliavano le mangrovie. In tempi più recenti hanno cominciato anche a prelevare la sabbia e a estrarre i minerali alle spiagge.

Finchè un giorno, esattamente il 27 febbraio 1987, giorno di equinozio, l'oceano ha ricordato a tutti "chi comanda" (foss'anche solo per "diritto di anzianità": il 1145 per lui era l'altro ieri!): si è alzato in marea e ha spazzato via Jahanor e tutta la punta con lui.

E la Comunità rurale di Palmarin, già tra le più piccole (se non la più piccola) delle oltre trecento comunità rurali del Senegal, è rimasta con solo cinque dei sei grandi villaggi che aveva.

La catastrofe naturale subita ha permesso alle popolazioni della comunità di fare un'attenta autocritica, sia individuale che collettiva, e unanalisi del loro stile di vita e delle prospettive del loro ambiente naturale.

Hanno così capito che i danni subiti nel 1987 sono stati, in gran parte, imputabili alla mano dell'uomo: lo sfruttamento dei minerali sulle spiagge, l'estrazione della sabbia e degli ammassi di conchiglie, i disboscamenti abusivi delle mangrovie, la cupidigia e la mancanza di una precisa visione orientata al futuro e al mantenimento dell'ambiente abitato, avevano prodotto effetti che si erano pian piano cumulati, conducendo al disastro.

Ma come dice un vecchio adagio: "luomo costruisce sulle rovine". Il Consiglio Rurale di Palmarin, i cui membri sono soprattutto giovani che hanno vissuto questo dramma come un brutale squarcio nelle loro vite, ha tratto da questa esperienza un insegnamento di grande valore. Mettendo a profitto le opportunità date dalle leggi senegalesi sulla regionalizzazione, il Consiglio ha proceduto, nel 2001, all'istituzione della riserva naturale comunitaria, i cui confini si confondono con quelli della comunità rurale, allo scopo di proteggere le risorse naturali, il territorio, le specie vegetali e quelle animali e promuovere modi "compatibili" di sviluppo delle comunità umane.

Da allora sono cominciate le collaborazioni con enti e associazioni nazionali e internazionali che si occupano di studio e tutela dell'ambiente. Tra cui, nel suo piccolo, l'Ente Parchi del Lago Maggiore, grazie al progetto di cooperazione che i nostri lettori ben conoscono.

I frutti di questo nuovo modello di gestione del territorio si vedono già bene. La popolazione intera dei cinque villaggi collabora nel custodire gelosamente quello che considera giustamente un patrimonio suo (oltre che dell'umanità): la grande varietà di specie vegetali rare come la mangrovia, la palma del Sagù e l'acacia albida, che aiutano la terra a non andarsene più a spasso con loceano, le tartarughe marine che qui vengono a deporre le loro preziose uova, le numerosissime specie di uccelli che attraversano o sostano nel territorio della riserva nei diversi periodi dell'anno (gli accertamenti più recenti hanno stimato una presenza di più di 56.000 individui, provenienti da almeno 11 Paesi diversi).

E quando i primi turisti "mandati" dall'Ente Parchi sono arrivati lì, a febbraio di quest'anno, hanno trovato ad accoglierli canti e danze di donne, il presidente della comunità rurale, il direttore del parco, le guide dei villaggi. Insieme hanno esplorato quel loro territorio, a piedi, in piroga, su carretti. Insieme hanno mangiato, hanno guardato i tornei di lotta dei giovani, hanno discusso. Hanno goduto le grazie di un luogo che nel 1987 era sembrato maledetto dall'uomo, e che oggi ricorda quello che ogni luogo sulla Terra, a pensarci bene, in realtà sarebbe: benedetto da Dio.


Danilo Vassura

 

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