Notiziario trimestrale dell'Ente Parchi del Lago Maggiore
Numero 51 (ottobre - dicembre 2007)
Le stalle, le porte, i buoi, le capre, i cavoli...ed altre amenità
La gestione del cinghiale, secondo italica cultura
Nel mese di luglio il Parco Nazionale della Valgrande ha organizzato un’incontro tecnico inerente la gestione degli ungulati; in apertura sono stati presentati i dati dei censimenti di camoscio, cervo, capriolo e cinghiale all’interno del parco, in base alle risultanze di un apposito studio in corso di ultimazione.
Vorrei esprimere un plauso ad amministratori e tecnici dell’area protetta per questa iniziativa, che consente di avere dati oggettivi e di sicuro interesse per la fruizione e la gestione della Valgrande, contribuendo in modo rilevante alla valorizzazione ed alla comprensione dell’enorme patrimonio naturalistico di quest’area.
Come era intenzione degli organizzatori, l’incontro si è poi incentrato sulla situazione del cinghiale, travalicando i confini della Valgrande (dove per ora sembrerebbero non esserci troppi problemi) ed alimentando un interessante dibattito tra gli esperti presenti per tentare di trovare soluzioni valide alla gestione di questa “complicata” specie.
Come ben sappiamo un po’ tutti, in alcuni periodi dell’anno giornali e televisioni portano all’attenzione degli italiani problemi molto gravi, che stravolgono la nostra vita, creando ansia e panico quali: d’estate fa caldo, d’inverno fa freddo, cosa mangiare quando fa caldo, come vestirsi quando fa freddo, oltre al settimanale aggiornamento sulla famiglia reale inglese. Tra queste emergenze vanno annoverate anche le notizie sui cormorani (in inverno) e sui cinghiali (in estate): vere e proprie tragedie che terrorizzano, riportandoci ai tempi delle invasioni barbariche.
Dei cormorani abbiamo già parlato in un precedente numero del notiziario; ora affrontiamo il “problema cinghiali” cercando di aiutare a capire quello che gli addetti ai lavori conoscono già.
Se ciò che segue sembra incredibile, non c’è che da richiedere dati e conferme alla Provincia o all’Istituto Nazionale per la Fauna Selvatica.
La questione, ridotta ai minimi termini, può essere così inquadrata: in alcune aree della nostra bella penisola (badate bene, solo da noi e in nessuna altra parte del primo, secondo e terzo mondo!) si registra la presenza di altissime concentrazioni di questa specie; ciò causa danni all’agricoltura e per porvi rimedio vengono incaricati i cacciatori di abbattere quanti più cinghiali possibili. Da sempre però il problema non si risolve: ogni anno vengono abbattuti sempre più cinghiali ed ogni anno, in quelle stesse aree, si hanno concentrazioni sempre troppo elevate. Per amor di completezza, è bene che si sappia anche che, sparsi qua e là per il paese, ci sono numerosi allevamenti di cinghiali, che i piani di abbattimento vengono attuati durante tutto l’anno e che i cinghiali abbattuti sono consegnati ai cacciatori, che possono mangiarli o venderli.
Domandina facile facile. Fate finta che la Provincia del VCO sia “virtualmente” divisa in tre zone e che in due di queste ogni cacciatore possa uccidere 5 cinghiali ed inoltre vengano organizzati piani di abbattimento speciali, mentre nella terza zona se ne possono uccidere solo 3 per cacciatore e non vengono fatti abbattimenti “extra”: qual è la zona dove, alla fine della fiera, ci sono meno cinghiali e meno danni? Contrariamente ad ogni logica, la zona dove vengono abbattuti meno cinghiali è anche quella che non pone problemi.
Come spiegare questo paradosso? Posso provarci con un’altra domanda, basata su un’ardita similitudine.
Dato che a me piace allevare insetti e tu hai una serra di rose con dei bruchi che ti mangiano le foglie, mi daresti 100 euro perché io ti tolga i bruchi, con la promessa che l’anno prossimo, se ce ne fossero ancora, me li farai togliere per 150 euro?
Se avete risposto sì a questa domanda siete italiani, altrimenti avete risolto il problema dei cinghiali.