Notiziario trimestrale dell'Ente Parchi del Lago Maggiore
Numero 53 (aprile - giugno 2008)
Cambio di stagione
Il bisogno di cambiare vestiti
Un abito oggigiorno viene indossato in media 30 volte, poi viene eliminato dal guardaroba perché rovinato o fuori moda. 25 anni fa un capo di abbigliamento veniva indossato almeno 80 volte. Questi i dati sconcertanti di una recente ricerca britannica, che ha indagato le abitudini della gente nei confronti dei propri vestiti.
Questo ricambio rapido si traduce in 35 Kg di rifiuti tessili, prodotti ogni anno per persona, di cui 30 diventano immondizia e solo 5 vengono recuperati. Secondo i dati raccolti dall’Observer, il 17% dei vestiti che arrivano ai cassonetti differenziati o ai punti di raccolta è in condizioni di essere usato, rivenduto o donato ai bisognosi. Il 10% può essere usato come imbottitura dei sedili delle auto.
Anche l’indice di riciclabilità è cambiato con il passare del tempo. Fino a pochi anni fa era del 60%, ovvero la maggior parte dei vestiti che venivano raccolti dalle associazioni specializzate in questa operazione era in buone condizioni e poteva ancora essere indossato dignitosamente. Oggi la moda cambia rapidamente e per star dietro alle tendenze molte persone comprano molti più vestiti di un tempo, a discapito della loro qualità. Meglio il modello e il colore di moda che un tessuto che duri a lungo. Se gli acquirenti vogliono (devono?) cambiare maglietta ogni estate, allora l’importante è che la maglietta abbia colori tipici di questa stagione, in modo che sia sempre più facile distinguere la moda di quest’anno dalle precedenti. La durata del tessuto o la tenuta del colore non sono caratteristiche utili ad un prodotto destinato ad essere consumato il più velocemente possibile. Ecco perché quello che arriva nei cassonetti non è più al 60% ma solo al 17% “indossabile con dignità”.
Quali sono i motivi che fanno apparire desiderabile un capo e che spingono all’acquisto? Se partiamo dalla scala dei bisogni delle persone di Maslow, troviamo alla base i bisogni di protezione fisica, per soddisfare i quali andrebbe bene anche una tovaglia con i buchi e una cintura di nastro adesivo. La maggior parte degli italiani non compra vestiti per proteggersi dalle intemperie, ma per soddisfare altri bisogni come quello di rispetto per la propria persona, di accettazione sociale e di espressione del proprio gusto. Personalmente credo che la gente scelga tra le cose disponibili quelle che più si avvicinano al proprio gusto.
Dovendo però scegliere tra quanto offre il mercato, si finisce per forza per dare priorità al giudizio degli altri rispetto al proprio. Chi indossa vestiti fatti su misura, di foggia e colore svincolati dalla moda, afferma in modo indiscutibile il proprio gusto e la propria personalità; chi invece sceglie qualcosa disegnato da altri, si adatta e lascia che altri decidano che cosa è bello e che cosa no. Chi sceglie un capo di moda si uniforma al senso del bello del gruppo a cui vuole appartenere, cerca di mandare il messaggio “posso permettermi di cambiare molti vestiti e sono informato sulle tendenze del momento”; in pratica cerca di raccogliere giudizi positivi. Ecco il vero bisogno: l’apprezzamento, non il vestito.
Per scardinare questo sistema di sprechi occorrerebbe, quindi, rifondare le basi su cui la gente cerca di essere apprezzata. Non si tratta solo di dare un taglio alla pubblicità che fa sentire inadeguati per creare un nuovo bisogno da soddisfare comprando qualcosa, ma anche di smettere di fare complimenti per il vestito nuovo. Dovremmo iniziare a fare complimenti direttamente alle persone, osservando non solo come si vestono ma come vivono, cosa dicono, cosa sono. Il prossimo gesto ecologico in grado di dare una mano al pianeta non è riciclare i vesti o usarli a lungo, cosa che magari fate da anni, ma dire alle persone che sono loro ad essere belle, non i loro oggetti. Si tratta di soddisfare un bisogno profondo tramite un rapporto umano, invece di accontentarsi di alimentare il mercato dei surrogati.