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MARTIN PESCATORE

Notiziario trimestrale dell'Ente Parchi del Lago Maggiore
Numero 53 (aprile - giugno 2008)

 


Un giro del mondo e uno di centrifuga

Pensieri sparsi sull'ecologia dell'abbigliamento

 

E’ molto probabile che il cotone di una comune T-shirt venga dal Texas, che è il maggior produttore al mondo di questa fibra. Il tessuto viene nella maggior parte dei casi cucito in Asia. La maglietta venduta in Europa o nel Nord America, dove, una volta indossata per le 30 volte di cui parlavamo prima, diventa rifiuto. Non ci sono abbastanza poveri, da noi, per mettersi tutte le magliette che vengono raccolte per essere riusate, quindi questi vestiti vengono spediti in altri mercati, come quello africano, dove qualcuno interessato a comprarle ancora c’è.

In Africa gli abiti usati provenienti dal primo mondo si chiamano mivumba e non sempre si adattano alle necessità locali. Tuttavia, il dumping dei vestiti occidentali in Africa ha spinto fuori mercato l’industria tessile locale, impossibilitata a competere con la merce “regalata”. Per chi volesse approfondire, consiglio “i viaggi di una T- shirt nell’economia globale” di Pietra Rivoli, docente alla McDonough School of Business della Georgetown University.

Il consumo veloce di vestiti ha anche delle conseguenze ecologiche secondarie. Avere molti abiti nuovi significa anche preoccuparsi che stingano e, quindi, la brava massaia o lava a mano i capi nuovi (cosa abbastanza difficile oggigiorno per mancanza di tempo), oppure chiede aiuto alla tecnologia (lavatrice a mezzo carico con tutti capi dello stesso colore) o alla chimica (con talismani chimici acchiappacolore che salvano il bucato dalle tinte indesiderate). Quando si hanno vestiti che sono già stati quasi tutti lavati parecchie volte, questi problemi non si pongono e si possono lavare bianchi e colorati insieme. Io lo faccio, arrivando anche a temperature di 45-60 gradi, risparmiando tempo, energia e dispersione di prodotti chimici nell’ambiente.

Esistono modi per ottimizzare il lavaggio: alle 3.500 persone che lavorano nel distretto tessile di Prato è stato proposto dal consorzio delle industrie un servizio di lavanderia centralizzata. La consegna dei vestiti avviene con un’auto elettrica e arriva sul posto di lavoro. Il lavoratore risparmia sia sul costo del servizio (perché è stata fatta una convenzione con alcune lavanderie) sia sul tempo per andare e tornare alla tintoria. Il comune risparmia in traffico e conseguente inquinamento atmosferico (perché la gente mica ci va a piedi in tintoria!) e il distretto può regalare ai suoi dipendenti un bene raro e prezioso: del “tempo libero”.

Alcune marche sensibili all’ecologia hanno invitato i propri clienti a riportare in negozio i vestiti di cotone biologico che non desiderano più indossare. Patagonia, ad esempio, ritira per poi riciclare magliette di cotone bio e altri capi sportivi applicando il concetto di design “dalla culla alla culla” teorizzato da McDonough e Braungart. Altre marche sfruttano il bombardamento mediatico sui cambiamenti climatici per attualizzare le proprie campagne pubblicitarie: Diesel ha messo in posa i suoi modelli in abiti estivi in mezzo a metropoli allagate, città europee colonizzate dalla giungla e deserti di sabbia che ricoprivano i monumenti cinesi. Lo spot diceva “siamo pronti per il riscaldamento del clima” e invitava a comprare.

Tra alcuni giovani sta prendendo piede il fenomeno dello swapping al posto dello shopping. Lo swapping è un modo sociale e divertente di rinnovare il guardaroba. Si organizza una festa in un locale e gli invitati arrivano con il loro sacco di vestiti da scambiare. Mentre si curiosa nei mucchi degli altri si chiacchiera e si stringono amicizie. Non circola denaro, a parte i casi in cui è richiesto un biglietto di ingresso alla festa. Ci sono locali che danno anche consigli su come riadattare un vestito e si trovano le etichette “100% riciclato” o “fatto a mano” per sostituire quelle della marca originale.

 

Francesca D’Amato


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